Coltivare la vita nel suolo
Maggio 29, 2024

Una nuova visione della Legge del Minimo

Ripercorrere la storia dell’agricoltura significa, tra le altre cose, focalizzare i molteplici fronti sui quali essa si è evoluta: miglioramento delle rese, introduzione di nuove colture e di nuove varietà di colture già note, uso di mezzi tecnici sempre più performanti, meccanizzazione delle operazioni colturali…

Alla base di queste evoluzioni vi è sempre stata la conoscenza, a sua volta alimentata dalla ricerca e dalla sperimentazione. Queste, oltre a offrire nuove soluzioni, hanno stimolato nuove visioni e concezioni della pratica agricola.

Si pensi per esempio ai cambiamenti che, in tempi recenti, sono stati indotti dall’incremento della sostenibilità dei processi produttivi e alla razionalizzazione delle tecniche colturali che tali cambiamenti hanno portato con sé, consentendo di andare oltre il “si è sempre fatto così”.

Cosa si intende per Legge del Minimo?

Tra i concetti che in agricoltura oggi necessitano di essere rivisti e aggiornati vi è la Legge del Minimo, sviluppata da Carl Sprengel nel 1828 e resa popolare in seguito da Justus von Liebig, tanto da essere nota anche come Legge di Liebig.

Chimico tedesco considerato il padre della fertilizzazione, Liebig studiò nello specifico la nutrizione minerale delle piante, giungendo a stabilire che le rese delle colture dipendono principalmente dall’elemento nutritivo disponibile in minori quantità tra quelli di cui la pianta necessita per produrre. Questo comporta che, fin tanto che la disponibilità dell’elemento nutritivo limitante non diventa ottimale, la somministrazione degli altri nutrienti di cui la pianta necessita non porterà comunque a un incremento delle performance produttive.

Conoscere questa evidenza è certamente importante non solo per sapere come agire per migliorare le rese, ma anche per evitare costi inutili e altrettanto inutili impatti sull’ambiente, cui oggi siamo certamente più attenti rispetto al passato.

La Legge del Minimo rimane dunque valida nella pratica attuale. Ma di quali fattori occorre tenere conto per stabilire quale tra essi sia effettivamente quello limitante, nelle diverse situazioni?

La Legge del Minimo oggi

Il contesto agricolo in cui fu formulata la Legge del Minimo era completamente diverso da quello attuale. Possiamo affermare, per esempio, che l’agricoltura intensiva non esisteva ancora, che la meccanizzazione era agli albori e che i terreni non erano sfruttati quanto lo sono oggi. La generale carenza di sostanza organica stabile (umificata) che oggi caratterizza i suoli coltivati, ai tempi non si rilevava.

Nell’agricoltura di oggi, risultato di decenni di fertilizzazioni minerali orientate al recupero della fertilità chimica dei suoli con scarsa considerazione per quella fisica e ancor meno per quella biologica, la risorsa che più frequentemente diventa limitante nella fertilizzazione delle colture, ma non solo, è la sostanza organica, in particolare la sua frazione umificata e la sua versione “viva” (microbiota).

Un’agricoltura che non si cura del ripristino e del mantenimento di un coretto equilibrio tra le diverse forme di sostanza organica nei suoli, sarà alla costante ricerca di soluzioni a problemi come carenze nutrizionali (anche in presenza di somministrazioni abbondanti di elementi nutritivi), suscettibilità delle colture a parassiti e malattie (anche con l’adozione di strategie di protezione) e sofferenze da stress ambientali, legate a uno stato fisiologico e nutrizionale della pianta non ottimale.

Agire sul fattore limitante

La naturale conseguenza di quanto sopra è la necessità di impostare i programmi di fertilizzazione partendo dalla sostanza organica che, se insufficiente, diventa il vero fattore limitante, perché in grado di ridurre o azzerare gli effetti positivi sulle rese di input come l’acqua, gli elementi nutritivi e gli agrofarmaci.

Ecco perché in Agribios Italiana crediamo, fin dalla nostra nascita, nel valore della concimazione organica e organo-minerale, così come nell’utilità di stimolare e/o ripristinare la presenza di microrganismi utili nei suoli coltivati. Tali pratiche, migliorando la fertilità del suolo intesa nella sua globalità e non solo dal punto di vista chimico, consentono una riduzione globale degli input perché ne incrementano l’efficienza.

In questa nuova chiave interpretativa, la Legge del Minimo assume un valore agronomico molto più ampio di quello di origine e diventa uno strumento utile al perseguimento di obiettivi propri non solo dell’agricoltura sostenibile, dal punto di vista economico e ambientale, ma anche dell’agricoltura rigenerativa, oggi più che mai al centro dell’attenzione del settore primario.


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