Coltivare la vita nel suolo
Febbraio 8, 2024

Il suolo e la sostanza organica al centro dell’agricoltura rigenerativa

Da qualche anno a questa parte si parla moltissimo di agricoltura rigenerativa, complice il fatto che essa sia stata sposata da alcuni grandi brand del settore alimentare. Ma si tratta di un orientamento produttivo la cui origine risale a diversi decenni fa e si colloca geograficamente negli Stati Uniti.

Dalla consultazione delle pubblicazioni scientifiche più recenti sull’argomento, emerge chiara la mancanza di una definizione univoca di agricoltura rigenerativa, così come il fatto che quelle esistenti sono basate talora sul processo e talora sui risultati. In altre parole, c’è chi nel definirla punta più sulle tecniche da adottare (mentre difficilmente ci si concentra su “divieti”) e chi invece sui risultati da ottenere. La mancanza di una definizione universalmente condivisa porta il mondo scientifico a delineare l’agricoltura rigenerativa più come “movimento” che come vero e proprio metodo produttivo.

Questo non significa che l’agricoltura rigenerativa non poggi su solide basi. Qui di seguito proviamo a inquadrare l’argomento.

 

Come è nata l’agricoltura rigenerativa?

L’agricoltura rigenerativa è il risultato di una crescente consapevolezza delle sfide ambientali e della necessità di un approccio più sostenibile alla produzione alimentare. La storia di questo movimento abbraccia un arco temporale che inizia nel XX secolo e giunge fino a oggi.

Già negli anni Trenta del secolo scorso, il mondo agricolo iniziò a notare gli effetti negativi delle pratiche convenzionali, come l’aratura intensiva e l’uso indiscriminato della chimica. Uno dei precursori dell’agricoltura rigenerativa fu Sir Albert Howard, agronomo britannico che negli anni Quaranta promosse l’importanza dell’agricoltura “organic”.

Negli anni Sessanta e Settanta, la Rivoluzione Verde portò cambiamenti significativi nell’agricoltura mondiale. L’introduzione di nuove varietà di colture ad alte rese e l’uso intensivo di input chimici migliorarono la produzione alimentare, ma comportarono anche conseguenze negative. L’erosione del suolo, la perdita di biodiversità e la contaminazione chimica divennero preoccupazioni crescenti.

Negli anni Ottanta e Novanta, l’interesse per l’agricoltura biologica iniziò a prendere piede a livello globale. Prova ne sia che nel 1991 l’Unione Europea emanò il primo Regolamento al riguardo. Ma già negli anni Ottanta stava accadendo qualcosa di importante oltreoceano. Nel 1983 Robert Rodale – figlio di J.I. Rodale, fondatore del Rodale Institute, con sede a Emmaus, Pennsylvania, tutt’ora punto di riferimento per la sperimentazione in agricoltura rigenerativa – iniziò a parlare di Regenerative Agriculture, definendola come un’agricoltura che, a livelli crescenti di produttività, aumenta la fertilità biologica del suolo, presenta un alto livello di stabilità economica, ha un impatto minimo o nullo sull’ambiente al di là dei confini dell’azienda agricola e punta alla transizione verso una dipendenza minima dalle risorse non rinnovabili.

L’agronomo Richard Harwood era direttore del Rodale Research Centre quando, nel 1986, pubblicò una famosa review internazionale sull’agricoltura rigenerativa, con l’obiettivo di contestualizzarla in relazione all’evoluzione storica delle diverse scuole di agricoltura biologica e biodinamica. Harwood qui sottolineava, come suggerito da Robert Rodale, il fatto che l’Agricoltura Rigenerativa andasse oltre quella biologica, sia in virtù del suo intento di rigenerare le risorse e gli ecosistemi, sia per l’importanza che attribuisce a valori di tipo sociale.

Negli anni Duemila crebbe la popolarità della definizione “agricoltura rigenerativa”. Agronomi, agricoltori e attivisti ambientali cominciarono a promuovere l’idea che l’agricoltura non dovesse solo limitarsi a “sostenere” il suolo, ma dovesse effettivamente contribuire alla sua rigenerazione, andando oltre l’agricoltura biologica tradizionale e abbracciando l’idea di creare e mantenere ecosistemi agricoli sani e autosufficienti.

Nel novembre 2023 è nata in Germania la European Alliance for Regenerative Agriculture, che vede al momento la partecipazione di alcune decine di imprenditori agricoli europei.

 

Ma allora, cos’è l’agricoltura rigenerativa?

Si tratta di un approccio innovativo e sostenibile alla coltivazione, mirato a migliorare la salute del suolo, preservare la biodiversità e mitigare i cambiamenti climatici. Essa va oltre la semplice produzione alimentare, concentrandosi sulla rigenerazione degli ecosistemi agricoli e sulla promozione di pratiche agricole che portano benefici a lungo termine. I principi fondamentali sono:

Minimo disturbo del suolo, limitando al minimo indispensabile l’aratura e l’utilizzo di attrezzature che possano compromettere la struttura del terreno, al contempo mantenendo la copertura del suolo (cover crops), per prevenirne l’erosione e migliorarne le caratteristiche fisiche.

Rotazione delle colture, finalizzata a migliorare la fertilità del suolo e a prevenire l’insorgenza di parassiti specifici.

Incoraggiare la biodiversità, fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi agricoli. L’agricoltura rigenerativa incoraggia la presenza di una vasta gamma di specie, sia vegetali che animali, per promuovere la resistenza alle malattie e migliorare la resilienza dell’ecosistema.

Sistema di gestione integrata delle colture e dell’allevamento: l’integrazione di colture e bestiame crea un ciclo virtuoso in cui le deiezioni animali fertilizzano il suolo, mentre le colture forniscono il cibo per il bestiame.

È importante sottolineare come di fatto l’agricoltura rigenerativa non contempli il totale azzeramento di input esterni per sostenere la produzione, bensì l’obiettivo di una loro riduzione e soprattutto di una razionalizzazione del loro impiego.

 

Quali benefici ci si attendono dall’applicazione dell’agricoltura rigenerativa?

I principali benefici che ci si attende possano derivare dall’applicazione dell’agricoltura rigenerativa sono:

  • incremento del carbonio sequestrato nel suolo, con riduzione dei gas serra ed effetti positivi sul contrasto al cambiamento climatico;
  • riduzione dell’uso di input chimici, con conseguente preservazione di acque e suoli;
  • conservazione e incremento della biodiversità, con conseguente incremento della resilienza degli ecosistemi;
  • miglioramento delle rese a lungo termine, pur con necessità di un periodo di transizione, che potrebbe vederle abbassarsi momentaneamente;
  • riduzione dei costi di produzione, grazie alla razionalizzazione dell’uso di input esterni.

 

L’importanza della concimazione organica in agricoltura rigenerativa

In virtù delle riflessioni sopra riportate, l’agricoltura rigenerativa predilige la concimazione organica, che svolge la triplice funzione di:

  • apportare nutrienti per le colture;
  • migliorare le proprietà fisiche del suolo;
  • promuovere lo sviluppo di microrganismi utili, in grado di migliorare lo stato nutrizionale e fitosanitario delle colture.

 

L’importanza di una definizione condivisa

In conclusione, torniamo a porre l’accento sulla necessità di giungere alla formulazione di una definizione condivisa di agricoltura rigenerativa. Come sottolinea il mondo della ricerca, ogni tipo di definizione (basata sul processo o sui risultati) ha implicazioni di tipo “politico” ovvero ha conseguenze sul modo in cui questa forma di produzione alimentare viene percepita da una serie di stakeholder, compresi i responsabili politici e i consumatori. In assenza di tale definizione condivisa a livello globale, la ricerca suggerisce di contestualizzare la specifica realtà produttiva a cui si fa riferimento ogni volta in cui si parla di agricoltura rigenerativa.

 


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